Attenti al gap… esponenziale

Alessandro Melazzini
6 min readAug 8, 2022

L’evento statunitense più ambito in termini pubblicitari è il Super Bowl, la finale del campionato di football americano. Quello è il momento clou dell’anno, quando i costi degli spazi televisivi per trasmettere informazioni commerciali raggiungono e superano soglie milionarie. Le aziende che hanno i fondi per poter piazzare la propria bandierina in quei pochi ma cruciali secondi di visibilità, sono i colossi del mercato.

Lo scorso febbraio il 70% degli spot è stato trasmesso da aziende nuove al Super Bowl, alcune delle quali relative al mondo delle criptovalute. Tra queste FTX ha speso qualcosa come 7 milioni di dollari per una divertente publicità in cui Larry David, un celebre comico americano, impersona nel corso dei secoli un personaggio caricaturale e diffidente al progresso che puntualmente e con arroganza manca di afferrare la portata storica di certe invenzioni universali, dalla ruota, alla lampadina, per finire appunto con le criptovalute.

FTX meno di quattro anni fa non esisteva, ora è un gigante del mondo relativo alle Blockchain. Ha sede alle Bahamas ed è stata fondata da Sam Bankman-Fried un ragazzotto geniale e perennemente spettinato, diventato plurimiliardario prima di aver raggiunto i 30 anni d’età.

La storia delle criptovalute è paradigmatica per sintetizzare i concetti espressi in Exponential, l’ultimo libro di Azeem Azhar, non ancora tradotto in Italia.

Imprenditore, accademico, giornalista e podcaster anglosassone, Azhar da tempo si interessa al potere rivoluzionario delle nuove tecnologie, e alle sue conseguenze in ambito sociale.

Alla base del libro la constatazione che il progresso tecnologico stia avvenendo a un passo sempre più veloce, e a un costo sempre minore. In pratica, la curva tecnologica ha un andamento esponenziale, con conseguenze devastanti sullo status quo.

Parimenti tuttavia le istituzioni sociali, economiche e politiche che fanno parte del tessuto culturale in cui ci muoviamo, arrancano con un passo assai più lento di quello del progresso tecnologico. Chiunque negli ultimi anni abbia investito in criptovalute e in finanza decentralizzata, trovandosi di fronte alle domande dell’agenzia delle entrate, ha ben presente di cosa stiamo parlando. Il distacco tra quello che si può fare con un computer e quello che è compreso e ben regolato dalle norme vigenti è ampio, e talvolta sembra incolmabile.

Ma in fondo, chiunque non viva sotto una roccia percepisce lo scollamento crescente tra le piccole e grandi rivoluzioni introdotte dalla tecnica e dall’informatica rispetto ai valori, alle abitudini e alle tradizioni che sono il nostro bagaglio culturale e personale. Il percorso divergente, o che viene percepito come tale, tra innovazione tecnologica e adattamento sociale, genera in molti paure e ansie verso il proprio futuro.

L’agenzia di comunicazione Edelman, dopo aver intervistato su questi temi 30.000 persone in 20 nazioni, ha concluso che più del 60% degli intervistati afferma di ritenere troppo veloce il ritmo dei cambiamenti tecnologici.

Questo senso di scollamento tra il mondo dell’innovazione e la società intera nella sua ampiezza viene definito da Azeem Azhar il “gap esponenziale”.

Esso è favorito anche dal fatto che il mercato tecnologico tende a scegliere spesso pochi vincitori e ricompensare questi con enormi fortune. In tanti, ad esempio, hanno cercato di scalzare Facebook dal suo podio di numero uno indiscusso dei social, ma sebbene l’impero di Mark Zuckerberg (un giovane americano anche lui, solo non spettinato) scricchioli di fronte agli innumerevoli scandali, il suo potere d’accentrazione rimane ancora ben saldo.

Per non parlare di Amazon, un gigante del commercio elettronico, temuto dai rivali per via del fatto che la creazione di Jeff Bezos è sempre affamata e in cerca di nuove aree di commercio da conquistare. E quando Amazon entra in un nuovo segmento, spariglia il mercato puntualmente a suo vantaggio.

Ma oltre ad evidenziare la nascita di enormi oligopoli tecnologici capaci di dominare il mercato dettando le condizioni del gioco secondo la spietata logica del “winner takes it all”, ovvero il vincitore si prende tutto e i secondi valgono come gli ultimi, l’autore mette l’accento anche su un’altra conseguenza, meno evidente ma non meno importante, della crescita tecnologica esponenziale.

Ci riferiamo al processo di riduzione della globalizzazione, messo in moto dalla crescente complessità delle nostre economie moderne, che tende a rendere i centri urbani sempre più importanti, sviluppando tensioni tra i governi regionali e quelli statali.

Se la storia dell’età industriale è una storia della globalizzazione, questo il credo dell’autore, la storia dell’era esponenziale — nella quale ormai ci troviamo — è una storia di ri-localizzazione, ovvero di accentramento del potere in centri metropolitani nevralgici a discapito dell’autorità statale.

Quali le conseguenze di questo processo inverso? Secondo Azhar soprattutto uno scompenso tra attori privati e statali in grado di condurre conflitti moderni attraverso l’arma dell’informatica e società pressoché incapaci di difendersi di fronte alle minacce di chi controlla lo scettro del potere tecnologico.

L’impatto esponenziale della tecnica è talmente massiccio che per l’autore è arrivato il momento di confutare il mito, tanto in voga nella Silicon Valley, secondo cui la tecnologia sia neutrale, e come tale non vada regolata oltremodo.

Secondo Azhar in sostanza non è vero, come affermano in America i sostenitori delle armi per tutti, che un fucile è neutrale e solo il suo proprietario lo rende uno strumento di offesa o difesa.

E questo perché la tecnologia non nasce avulsa dal contesto sociale in cui viene incubata.

Al contrario, i prodotti tecnologici vengono ideati da persone con determinate credenze, ideali, convinzioni ed esperienze. E commercializzate, aggiungiamo noi, avendo bene in mente un tipo di clientela che se li possa permettere o meno.

I telefonini, ad esempio, vengono progettati per la maggior parte da ingegneri maschi e pensati per essere tenuti in mano da uomini, l’industria farmaceutica nello sviluppare le medicine ha in mente non un idealizzato paziente neutro, senza sesso e senza etnia, bensì tende a sviluppare trattamenti efficaci in prima linea per uomini bianchi caucasici.

L’autore non è però un luddista: solo vuole metterci in guardia tanto dagli entusiasmi dei tecnofili quanto dalle grida di sventura dei pessimisti permanenti.

La tecnologia è un bene, ma affinché non porti distorsioni va studiata e capita nella sua interezza, avendo cura di afferrarne il potere diretto e indiretto scaturente dal suo uso.

Per non esserne dominati, è necessario quindi acquisire consapevolezza dei suoi elementi sociali, a partire dal background ideologico e culturale in cui si sviluppa, per riflettere in maniera critica, ma non ottusa, sugli scopi che si prefissa di ottenere.

Per troppo tempo di fronte al potere devastante delle rivoluzioni informatiche, la società ha reagito in maniera ingenua e inconsapevole dei profondi effetti scaturenti dalla tecnica.

Dopo la BREXIT, portata avanti anche dalle manipolazioni di agenzie di controinformazione in azione sui social media, ad esempio è stato evidente che il processo di voto abbia sofferto dell’azione di spin doctor e manipolatori del consenso dotati di potenti mezzi di analisi e influenza tecnologica.

Ma al di là dei molti esempi forniti nel libro, ciò che preme all’autore è sviluppare in noi una maggiore lucidità in merito ai numerosi aspetti di questa forza rivoluzionaria che è il progresso tecnologico con il quale — a torto o ragione — è ormai impossibile non fare i conti, al fine di ridurre il gap esponenziale tra possibilità (tecnica) e consapevolezza (sociale).

Bene quindi prendere molto seriamente gli avvertimenti di Azeem Azhar. E tuttavia, quanti potrebbero oggi pensare di tornare a vivere nel 2006, prima che Steve Jobs presentasse al mondo uno smartphone davvero funzionante, in grado sia di facilitare molte delle nostre abitudini, da come ci orientiamo in città, a cosa acquistiamo e come ci muoviamo, sia di trasformarsi in uno strumento di controllo totale che ognuno di noi si porta volutamente con sé ogni ora del giorno e della notte?

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