Le confutazioni di Rutger Bregman

Alessandro Melazzini
5 min readDec 2, 2021

Uno dei detti più antichi del giornalismo è: se un cane morde un uomo, non c’è notizia, ma viceversa… quello è uno scoop. In entrambi i casi il fattore invariato è che qualcuno si prende un morso. Il pericolo fa notizia, insomma, e anche per questo i giornali prediligono le cattive notizie e i talk show, soprattutto quelli italiani, invitano da decenni sempre i soliti urlatori e maestri nell’alzare la voce esprimendosi in maniera sgarbata. A maggior ragione vanno a ruba i libri che gridano alla catastrofe climatica, economica e sociale dei tempi moderni. Interessante è allora constatare che tra la giungla dei tomi dai toni cupi o quantomeno preoccupati riguardo al nostro futuro, vi sono talvolta pubblicazioni che diventano dei bestseller con tesi del tutto diverse. Mi riferisco ad esempio al volume di Steven Pinker sul nuovo Illuminismo, teso a sfatare la vulgata — molto di moda tanto a destra quanto a sinistra — dello si stava meglio quando si stava peggio.

Tra i moderni intellettuali che si fanno notare senza aver bisogno di sfoderare di continuo il pennarello nero vi è l’olandese Rutger Bregman, giovane storico e già autore di interessanti volumi per utopici realisti, nei quali ad esempio auspica l’avvento di un salario minimo per compensare l’invasione della robotica e dell’intelligenza artificiale. Un passo avanti rispetto a chi vede nell’avvento della tecnologia solo un fattore di disgregazione sociale a danno dei più deboli, così come chi è incardinato sull’idea che l’uomo debba necessariamente sputare sangue per guadagnarsi da vivere.

Nel suo ultimo lavoro Bregman si dedica a reinterpretare niente di meno che “Una nuova storia (non cinica) dell’umanità”, come dice il titolo italiano. L’assunto di base è la confutazione della tesi hobbesiana secondo cui l’uomo sia un essere profondamente egoista e sostanzialmente incapace di costruire una rete sociale basata sul dono e sull’amore. Per dimostrare la propria tesi Bregman non si imbarca in altrettanto astratte considerazioni sulla conditio humana, ma da storico qual è si diverte a confutare tutta una serie di verità assodate della ricerca storica e sociologica, lasciando il lettore se non convinto delle sue tesi, quantomeno incuriosito dallo spirito indagatore che permea questa interessante lettura.

Alla base del ripensamento a cui vuole spingere l’accademico olandese vi è una disamina delle ragioni profonde per cui l’Homo Sapiens ha annientato l’uomo di Neanderthal, in una lotta ancestrale che ha influenzato la storia del pianeta.

A ben vedere il nostro cugino neandertaliano sulla carta avrebbe avuto infatti tutti gli strumenti per spazzare via la specie a cui apparteniamo. Non solo i ritrovamenti ci mostrano che l’uomo di Neanderthal era molto più forte e robusto del suo avversario ma anche, e sebbene questo possa dare un po’ di fastidio a chi si immagina il neaderthaliano come un buzzurro preistorico, che egli non era meno intelligente di noi, bensì la sua massa cranica superava abbondantemente la nostra.

Ma se non era né meno forte né più stupido dell’Homo Sapiens, come è stato mai possibile che nello scontro tra due specie umane sia sopravvissuta quella più debole e anche magari un po’ meno performante sotto l’aspetto intellettuale? La nostra arma segreta — secondo Bregman — è stata quella di essere animali sociali capaci di intessere relazioni molto più facilmente rispetto al nostro intelligente ma scontroso cugino neaderthaliano. Questo infatti quando si muoveva con i propri intimi, di raro fraternizzava con altri gruppi in cui si imbatteva, vivendo una vita socialmente isolata come una serie di atolli.

Ben altra situazione invece accadeva all’Homo Sapiens, che viaggiava in gruppi molto più permeabili tra loro, e nei quali anche solo per una curiosità sessuale i differenti componenti si incontravano, mischiavano e quindi conoscevano e alleavano.

Insomma, i nostri antenati facevano network meglio della concorrenza e per questo siamo sopravvissuti.

Dopo aver a lungo riflettuto sulle conseguenze di questa visione delle nostre qualità sociali, Bregman si imbarca in una interessante confutazione di molti miti storici e sociali, volta a dimostrare che le cause di passate rovine in altro sono da trovare rispetto alla vulgata della lotta di potere tra fazioni rivali mosse come unico scopo da uno smisurato egoismo e sentimento di vendetta.

Questa seconda parte del libro, seppur molto interessante, diventa meno comprensibile a chi, digiuno di sociologia, non abbia presente i celebri esperimenti a cui lo studioso si riferisce per confutarli nei modi e nei risultati.

Tra questi tuttavia ve ne è uno talmente noto da aver ispirato una serie di film, libri e documentari. Mi riferisco al test di Philip Zimbardo, psicologo di Stanford, che nel 1971 condusse nei sotterranei della sua università un esperimento sociale destinato a entrare nella storia. Egli infatti raggruppò una serie di studenti dividendoli in secondini e prigionieri, per poi lasciare che quest’ultimi venissero guardati a vista dai loro colleghi in stanzini trasformati in celle. L’iniziale atmosfera collegiale presto virò in un clima di terrore, portando i “guardiani” ad angariare a tal punto i “prigionieri” che Zimbardo dovette interrompere l’esperimento anzi tempo. I traumi di quelle ore passate nel sotterraneo di Stantford rimasero per decenni impressi nelle menti degli studenti usati come cavie, ma la fama di Zimbardo ne giovò immensamente, e così anche la convinzione che l’uomo lasciato libero di agire si trasformi in un battibaleno in un persecutore.

L’attenta indagine di Bregman svela molte falle negli studi del collega a capo dell’esperimento, affermando che Zimbardo sin dall’inizio lo avesse manipolato a vantaggio delle sue tesi, avendo cura di scegliere tra i secondini alcuni degli studenti più sadici, e così intervenendo alla fonte di un esperimento che ben poco aveva quindi di “naturale”. Un’accusa pesantissima, che naturalmente Zimbardo, ormai alla soglia dei Novant’anni, seccamente rifiuta. Varie altre sono le confutazioni di Bregman, che il lettore non esperto ha difficoltà a giudicare, ma che tuttavia gettano una nuova luce su tutta una serie di esperimenti sociali degli ultimi cinquant’anni volti a confermare l’assunto che l’uomo debba per forza essere sempre e solo mosso da pusillanimità ed egoismo personale. Secondo lo studioso olandese nemmeno l’altro celebre studio sociale, quello dello psicologo Stanley Milgram, alla prova dei fatti ne esce bene. Lo studioso diventò famoso conducendo un test sull’obbedienza. Raccolse vari soggetti da testare ai quali venne assegnato il compito di schiacciare un bottone per indurre scosse elettriche su di uno sconosciuto, il tutto supervisionato da scienziati in camice bianco, che esercitavano pressione sulla cavia quando essa iniziava a rifiutarsi di indurre dolore a comando. Come si può vedere andando su Youtube, tra gli inconsapevoli fustigatori pochi si rifiutarono di eseguire gli ordini, e questo nonostante le urla di dolore che giungevano da poco distante, facendo credere alla cavia che le sue azioni fossero davvero la causa delle sofferenze allo sconosciuto. Anche in questo caso, Bregman confuta la solidità dello studio affermando che i camici bianchi vennero scelti per il loro sadismo e la loro predisposizione a comandare la gente, mandando all’aria decenni di salde convinzioni sull’istinto gregario dell’essere umano.

A fine lettura, soprattutto se poi magari ci si trova in coda o in una riunione di condominio, si fa un poco fatica a credere che il paradigma dell’uomo egoista debba fare spazio a una nuova interpretazione, molto più positiva, riguardo alla nostra specie. Ma di certo rimane la curiosità intellettuale e l’ammirazione per la capacità indagatoria e mistificatrice del giovane professore olandese, capace — come il suo collega Yuval Noah Harari — di appassionare con le proprie tesi e confutazioni anche chi finora non si era mai interessato di storia e sociologia.

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