NFT e collezionismo digitale

Alessandro Melazzini
5 min readApr 12, 2023

Gli NFT sono una brutta parola. Una brutta parola in sé, perché ostica sia come sigla che come frase completa.
NFT = Non-fungible token. Gettone non fungibile.

Forse per questo di recente il concetto ha subito un restyle e ora questi oggetti si fanno chiamare “digital collectibles”, ovvero oggetti collezionabili digitalmente. Cambia il significante, ma il senso è lo stesso.

Quale?
Esatto!

Perché di cosa diavolo stiamo parlando, quando parliamo di gettoni fungibili, o di oggetti collezionabili digitalmente?

Nonostante la definizione complessa, a cui sottostà una tecnologia ancora più complessa, stiamo parlando di qualcosa di semplice. Anzi, di semplicemente geniale.

Parliamo di un’invenzione che è anche una rivoluzione in grado di unire il meglio di due mondi.

Partiamo dal mondo analogico. Quello in cui, anche nell’era della riproducibilità di massa, vi è comunque un limite fisico alla moltiplicazione degli atomi. Il mondo analogico è il regno del collezionista, colui che trova piacere a entrare in possesso di determinati oggetti fisici raccolti in una collezione. Che siano farfalle, figurine Panini, motociclette o riviste, poco cambia. Il piacere di possedere una serie di oggetti accomunati in una collezione, per queste persone è grande. Toccare una rivista, sfogliarla, annusarla, è un’esperienza fisica dai tratti inebrianti. Quando tuttavia la collezione diventa imponente, sorgono problemi molto concreti: ad esempio, di spazio.

Una collezione analogica tipicamente è collocata in un punto e in un luogo specifici: pensiamo ad esempio alla stanza del collezionista. Solo lui ha — fisicamente — accesso al proprio tesoro, che custodisce religiosamente per ripararlo da occhi indiscreti e predatori.

Nel mondo del digitale, invece, come già raccontava entusiasta Nicholas Negroponte negli anni Novanta, l’ostacolo della spazialità, le ristrettezze dell’atomo, vengono annullate dalla flessibilità del bit. Le informazioni, gli “oggetti digitali”, corrono sulle autostrade informatiche (che a Monaco di Baviera, dovevo vivo, in realtà sono ancora stretti viali di campagna), possono spostarsi nel mondo al colpo di un click e venire duplicati mille e mille volte senza alcuna perdita di qualità. Capiamo allora che, nell’ottica del collezionista, se i problemi di spazio tipicamente da mondo analogico vengono annullati dalla possibilità del digitale, in questo viene a mancare una dote fondamentale del mondo fisico: l’unicità. Se qualcosa può essere copiato infinitamente, e non solo variato molte volte come un quadro di Warhol, esso perde totalmente quell’originalità, quell’unicità comprovata che è il nucleo pulsante di una collezione. L’atomo singolo, in sostanza, svanisce nel flusso dei bit.

Ecco allora il perché dell’invenzione degli NFT, volta a dotare il mondo digitale di quelle caratteristiche analogiche andate perse nella transizione tra i due mondi.

Grazie alla tecnologia della blockchain, che garantisce certezza matematica di ogni passaggio di proprietà, un collezionabile digitale altro non è che un oggetto elettronico, quindi fatto di bit — pensiamo a un’immagine, a un audio musicale, a un PDF — a cui viene applicato un timbro incancellabile che ne certifichi l’unicità e ne garantisca la proprietà. Avremo così la possibilità, ad esempio, di possedere delle figurine Panini nel mondo digitale, e quindi averle disponibili sempre e ovunque sui nostri schermi senza limiti di spazio. Nel contempo, grazie al marchio assegnatogli dalla blockchain, ogni nostra figurina, sebbene in teoria copiabile infinitamente poiché digitale, conterrà un certificato di autenticità specifico e legato solo al “gettone” in nostro possesso. Il nostro file avrà quindi un certificato di appartenenza che non potrà venire duplicato.

Il collezionista in sostanza saprà che solo la propria copia digitale è quella autentica, perché la provenienza e l’appartenenza della stessa sono state codificate nel suo DNA dalla tecnologia della blockchain, il database decentrale, aperto e crittografato, che sta alla base degli NFT.

Nonostante chiunque possa copiare un’immagine su Internet, il certificato di proprietà di un NFT è inalterabile, pubblico e attestatore di un diritto di proprietà assolutamente concreto, sebbene afferente al mondo digitale.

Immagino già ora che un lettore scettico possa credere di poter relegare tutto questo discorso all’angusto spazio di quei mattacchioni che si divertono in età adulta a spendere somme anche ragguardevoli per dedicarsi ai propri svaghi dal sapore infantile.

Se anche rimanessimo a questo livello, è importante notare che il collezionismo digitale, come peraltro quello analogico, lungi dall’essere una fisima per pochi, è una concretissima realtà economica che muove un mercato di milioni e milioni di euro.

La società francese SORARE, ad esempio, nel fornire una piattaforma di collezionabili digitali dedicati al calcio e ad altri sport, è diventata un vero e proprio fenomeno di costume, con conseguente movimento di cifre astronomiche legate alla compravendita di figurine digitali. Il fatturato del 2021 ammonta a 300 milioni di euro.

E ci troviamo solo agli albori della tecnologia della blockchain!

È facile capire allora quali opportunità di business possano portare la futura adozione di massa della tecnologia degli NFT. Oggetti da collezione, ma anche certificati di proprietà che attestino ad esempio in maniera automatica e senza necessità di intermediari, la compravendita di un immobile, brevetti, etc. Notai, siate avvertiti!

Non stupisce allora che Donald Trump, di cui si può dire tutto, ma non che non sia un grande venditore di sé stesso, dopo una iniziale critica al Bitcoin e tecnologie connesse, nel dicembre del 2022 ha annunciato la vendita di 45.000 figurine digitali monotematiche e raffiguranti sé stesso — chi altri se no — in pose salvifiche, eroiche o semplicemente ridicole.

A pochi giorni dalla messa in vendita su Open Sea, un mercato digitale degli NFT basato sulla blockchain Ethereum, il volume di affari si aggirava già intorno ai 6000 ETH, equivalenti a poco meno di sette milioni di euro.

Capiamo allora perché questo tipo di oggetti abbia le caratteristiche per diventare sempre più diffuso, una volta che lo sviluppo tecnologico permetterà la sua adozione anche da chi non è pratico di criptovalute e blockchain. Un NFT non solo permette l’attribuzione di un diritto di proprietà, ma è al contempo anche un oggetto a pieno titolo della cultura pop.

Questo significa che su di esso vengono proiettati valori ed emozioni: importanti ingredienti alla base di molte speculazioni economiche.

Per tutti questi motivi credo che gli ogetti collezionabili digitalmente, o NFT che dir si voglia, siano un Novum economico-culturale da tenere d’occhio con molta attenzione.

Entrati nel 2021 a pieno titolo nella cultura pop con la vendita delle prime collezioni milionarie di figurine strambe come quelle dei CryptoPunks e delle Bored Apes, e poi sgonfiatisi nel 2022 a seguito della tendenza ribassista che ha temporaneamente toccato l’economia mondiale e quasi devastato quella delle criptovalute, stiamo parlando comunque di un fenomeno molto più serio di quello che una scimmia annoiata o di un presidente esaltato possano farci pensare.

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